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Selfie: Vedo ma non so

“Pochi sembrano accorgersi che gli altri sono loro.”

Carl Gustav Jung

Prendete un dizionario, andate alla sezione della lettera “S” e trovate questo neologismo: Selfie

Descrizione: Autoritratto fotografico generalmente fatto con uno smartphone o una webcam e poi condiviso nei siti di relazione sociale .

Fate caso a quest’ultima parte “condiviso nei siti di relazione sociale”, presume che un selfie sia qualcosa per entrare in relazione con qualcun altro. Ma se voi (almeno una volta nella vita) avete fatto un selfie sapete che è più qualcosa che ha a che fare con sé che con gli altri. È appunto un autoscatto. Eppure di norma, un selfie si fa per condividere la propria immagine con altri. Quello che non riporta il dizionario è l’impatto che questo selfie suscita nell’altro, il cosiddetto giudizio. Perché vi dico questo? Ora vi spiego. Io non ho sempre avuto un buonissimo rapporto con le foto, a me piace farle agli altri più che farmele io, ma così finiva che io ero sempre quella che stava dietro l’obiettivo e in qualche modo non aveva mai ricordi. Succede che crescendo inizio a giocarci su, come antidoto anti-timidezza.

Studio comunicazione da un bel po’, conosco i meccanismi dei social perché ci lavoro (sono una social media manager ) conosco il potere di un’immagine e quanto questa sia importante. Ad un tratto della mia vita mi rendo conto che “mio prendo troppo sul serio” e questo va in contrasto con quello che significa aver un blog ed esporsi, ovvero il mio lavoro. Così, dato che a me piace giocare con la comunicazione e stanca di sentirmi dire ad ogni appuntamento con un uomo frasi del tipo: “Sei intelligente”, “Mi spaventi”, “Sei troppo seria”, inizio a giocare. Prendo il telefono e dico (nel vero senso della parola, a voce alta e con tanto di convinzione) alla fotocamera “io e te, dobbiamo allearci, trovare un punto in comune”. È così è stato.

Mi butto nel “mondo dei selfie”. Faccio mille foto, gioco con le foto. D’altronde son cresciuta tra Cioè e Cosmopolitan, potrei essere la regina degli scatti. Conosco le posizioni da copertina e mi diverte tantissimo questa cosa. Mi prendo in giro e questo man mano è stato un limite sempre meno difficile da superare. Quello che però non sapevo, era come veniva percepito al di fuori.

Prima però di svelarvi questo, c’è un altro motivo importante che mi ha fatto “sobbalzare” in aria come se stessi seduta su una molla, ovvero l’idea che oggi per fare impresa, per fare affari, per mostrare le tue competenze, l’intelligenza, le donne sono costrette a non mostrare l’esterno. Ho capito questo quando all’università quelle più “intellettuali” per dimostrare ciò, venivano a lezione senza farsi i capelli, senza trucco, senza nulla. Alcune erano così (lì si tratta di carattere) altre sapevano questo “giochino psicologico” d’apparenza. Le vedevi agli esami più sciatte del solito.

A me le etichette però non sono mai piaciute.


C’è stato un particolare evento, protagonista una famosa giornalista (Giovanna Botteri) proprio su questo, un servizio poco carino da parte di un programma di satira italiano su di lei, col fine di enfatizzare il suo essere così “scialba” (passatemi il termine). La giornalista, a parer mio, aveva ragione in parte. Tutti possono fare i giornalisti (magri, grossi, alti, bianchi, neri, asiatici, ecc…) quello che però a me non piace è l’idea opposta: per essere in gamba non devi mostrare. Provate a guardare ciò, da questa prospettiva. Inoltre, immaginate di essere in una sala di interventi chirurgici, immaginate di vedere un medico vestito col camice, pulito, pettinato, ordinato. Immaginate che assieme a lui c’è un altro medico, trasandato, senza divisa, con i capelli arruffati. Voi a chi affidereste il compito di aprire il vostro corpo in sezioni e giocare ad “Impariamo il Corpo Umano”? Indubbiamente al primo. Per le competenze? Non credo proprio, magari il secondo è più bravo. Ma perché l’apparenza conta quanto la sostanza. Soprattutto se lavori a contatto con gli altri.

Quindi ad essere così radicali si finisce a fare lo stesso ragionamento. Pensateci un attimo: Non tutto è apparenza e per dimostrarlo cosa uso?? L’apparenza. A parte questo, c’è un’idea di base sulle donne, fatta di cultura e anni di patriarcato in cui c’è una sorta di remissione nell’essere donna. Io non mostro per dimostrare il mio essere. Quando ho iniziato a capire cosa la società si aspettasse da me, in quanto donna, non ci sono stata. Non devo essere scialba o poco femminile per dimostrare la mia intelligenza, i miei studi, le mie competenze. Voglio poter essere me, dentro e fuori. Posso conoscere un rossetto e parlarvi di economia, fare filosofia e guardare video Tik Tok. Posso indossare una gonna in una riunione, perché sono donna. Non mi serve un pantalone per poter dire “esternamente” ad un uomo, durante una riunione, che sono sua pari. Lo deve capire dai miei discorsi, dalla mia intelligenza, dal mio lavoro. Quest’idea di una donna di “rimpicciolirsi” per occupare un posto in un mondo ( un posto che in realtà le spetta di diritto in quanto esiste nel mondo) è asfissiante.  Per affrontare ciò, da brava giocatrice (sono una gemelli, giocare per me è facile come mangiare o dormire) ho iniziato a mostrare, per essere. Detta così sembra una brutta cosa, ma semplicemente ho iniziato ad acclamare il mio diritto di essere donna. Così andavo agli appuntamenti in maniera più femminile, puntavo più sul trucco, facevo più foto, mostravo sui social più una me estetica.

Ora, sapete com’è finita??

Che le frasi sono sempre state queste: “Sei intelligente”, “Mi spaventi”, “Sei troppo seria”. Ed io, vi dirò inizialmente ci rimanevo male, la mia mente diceva “Eih caro, non vedi. Faccio foto stupide, ho i capelli sistemati, le mani fatte. Che problema hai??”. Io problemi li avevo io. Non loro. Io che non avevo capito che anche questo mio lato era parte di me. Non ero qualcosa che fingeva di essere altro. Di conseguenza chi mi aveva di fronte percepiva una normalità. Ed effettivamente io ero io, non mi sentivo qualcun altro, avevo solo “giocato” di più su delle cose. Tutto qui.
L’essenza è quella cosa che ti precede sempre. Se sei frivola, lo sei a priori. Se sei stronzo lo sei a priori. Ovviamente non tutti hanno reagito così, ma posso dire la gran parte. La faccia però degli altri, mi rimarrà in mente sempre, perché se oltre a mostrare dimostri di essere, la gente rimane spiazzata. E a te serve perché capisci con chi hai a che fare. Non no giocare a poker ma manuali di comunicazione e business hanno plasmato in me molte idee.

In tutto questo, la mia risposta è stata sempre: “io non ho mai detto di essere una dolce bambolina, questo l’hai pensato tu”.

Inoltre, non bisogna cadere in quei studi proclamati “per il bene dell’umanità” in questo caso selfie= insicurezza, per cui da questo, deduco che..! Andate oltre. Sempre. In ogni cosa. Le insicurezze ci sono, io pure ce l’ho, ognuno ha le proprie, ma mai giudicare la vita di una persona dall’apparenza o da una foto.

“Non vedi tutto ciò che sono, ma nemmeno sono tutto ciò che vedi”

E poi miei cari, nella vita scrivo, l’ho sempre fatto e mi è sempre piaciuto scrivere, fin da bambina, favole: Avete mai visto il lupo andar da cappuccetto?? O la strega da Biancaneve?? 😏😏

L’apparenza inganna. SEMPRE!! 😉

Usatela a vostro vantaggio, ma soprattutto non fatevi dire chi essere e in che modo farlo.

Con affetto, Vanessa

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